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11Chiesa di San Filippo: dettaglio del San Filippo in gloria nella volta della sagrestia.
Risultano visibili i saggi di pulitura

Copre la sagrestia un’interessante volta a schifo lunettata, (7,04 x 7,47 m) decorata a tempera da Giulino Alberti tra il 1774 e il 1785. Al centro, in chiave, all’interno di una cornice curvilinea lavorata a rilievo è racchiusa la raffigurazione del cielo, come in uno sfondato, in cui si evince la figura di San Filippo che indossa una pianeta aurea, su di nuvole sorrette da 3 creature angeliche, rispettivamente vestite di bianco, di verde e di rosso, come ad indicare le virtù teologali della fede, della speranza e della carità, sulle quali i Santo è posto in ginocchio. Il suo volto traluce chiarore, segno della sua santità la cui fama s’era sparsa per le vie di Roma quando ancora era in vita. Tiene la mano destra sul petto, mentre la sinistra è rivolta in alto, così come i suoi occhi, verso quell’eterna luce cui è condotto dagli angeli; quello col drappo rosso reca un giglio, figura di Maria Vergine, per la quale egli nutrì sempre una devozione particolarissima, ma anche della sua stessa purezza, rimasta incorrotta. Altro richiamo mariano sembrano le specchiature, in numero di 8, finemente decorate con essenze floreali. Il tema dei fiori infatti non è soltanto piacevolmente ornamentale; essi sono altresì simbolo delicato di virtù e di sacrificio, non a caso dunque erano preziosamente ricamati sui paramenti liturgici o dipinti sulle fronti d’altare: sono esseri consumati, essenze spezzate e sacrificate al servizio di «Cristo, fiore splendido ed eterno». Recita infatti un’antica ode: «Verga della radice di Iesse e fiore su di essa sbocciato, tu, Cristo, dalla Vergine sei fiorito; dal folto monte ombroso tu, il lodato, venisti, incarnato da donna, tu l’immateriale e Dio! Gloria alla tua potenza, Signore!». Ogni specchiatura poi ospita una virtù, secondo il seguente ordine: la “Giustizia”, con la bilancia a due piatti e la spada che separa il bene dal male e colpisce il reo; la “Prudenza” con il serpente, animale che con circospezione procede quando avverte il pericolo, e lo specchio, col quale si guarda alle spalle; la “Carità”, che allatta un infante e reca in mano un cuore infiammato; la “Speranza” poi tiene salda un’ancora; la “Sapienza”, contraddistinta dallo scettro, indossa sul capo un elmo antico che riecheggia quasi quello di Minerva, dea della sapienza antica, mentre col braccio destro regge un libro aperto, forse il Nuovo Testamento, e le Tavole della Legge; la “Fede”, individuata dalla croce; la “Fortezza”, appoggiata ad una colonna, indossa l’armatura ed ha una lancia, mentre ai suoi piedi sta un leone; infine la “Temperanza”, con un laccio e la palma, simbolo rispettivamente del dominio di se stessi e del premio promesso per coloro che avranno soggiogato i desideri della carne. Non stupisca questa che potremmo definire quasi come l’ottava virtù: la Vergine Maria infatti è “Sedes Sapientiae”, come da secoli prega il popolo di Dio e come mirabilmente compendia il Monfort: «Nessuno, al di fuori di Maria, ha trovato grazia davanti a Dio per sé e per tutto il genere umano […]. Soltanto Maria, con la sublimità delle sue virtù, poté raggiungere il quell’infinito beneficio dell’incarnazione della Sapienza». Da ultimo, nelle lunette cieche, rispettivamente sopra l’ingresso principale alla sagrestia – ve ne sono infatti altri due laterali, più avanti – e sopra l’arco ribassato che separa il vano quadrato con i canterani da quello rettangolare, più piccolo, in cui si colloca l’altare, compaiono due stemmi, l’uno con le insegne di San Filippo, vale a dire i due gigli incrociati e le 3 stelle ad 8 punte su campo azzurro, l’altro invece della Confraternita delle Stimmate, con il braccio del Salvatore incrociato con quello di San Francesco d’Assisi e, frapposta tra questi, la croce rossa su campo blu.

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